Memoria presentata in occasione dell’audizione informale del 5 febbraio 2019 presso la XI
Commissione (Lavoro pubblico e privato) del Senato dei rappresentanti di CGIL, CISL, UIL
nell’ambito dell’esame del decreto legge n.4 pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 23 del 28
gennaio 2019, recante “Disposizioni urgenti in materia di reddito di cittadinanza e di pensioni”.
Gentile Presidente, Onorevoli Deputati,
ringraziamo la Commissione per aver convocato le Organizzazioni Sindacali nell’ambito dell’esame
del decreto legge n.4 pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 28 gennaio 2019, recante “Disposizioni
urgenti in materia di reddito di cittadinanza e di pensioni” e per le interlocuzioni precedentemente
avute.
CGIL, CISL, UIL evidenziano quanto sulla misura Reddito di Cittadinanza si siano generate forti
aspettative, legittimate dalla necessità di rispondere a una porzione sempre più ampia di
popolazione che non può avere accesso a un reddito dignitoso e in quest’ottica riconosciamo
l’importante stanziamento di risorse previsto per il finanziamento della misura.
La nuova misura tuttavia nella sua definizione (art. 1) ha già una molteplicità eccessiva di obiettivi,
in
particolare nasce con il duplice scopo di contrastare la povertà e garantire il diritto al lavoro.
Sebbene questi due obiettivi possano risultare complementari, gli strumenti per raggiungerli,
guardiamo agli altri paesi, non sono univoci, quindi riteniamo che una sola misura non sia in grado
di ottenere efficacemente entrambi gli obiettivi.
Rileviamo che il Reddito di Cittadinanza, avendo
un carattere “ibrido” tra contrasto alla povertà e misure di politiche attive, coniuga in modo
improprio la povertà come criterio di accesso e le politiche attive come interventi previsti.
Il criterio di suddivisione dei beneficiari tra Patto per il Lavoro e Patto per l’Inclusione Sociale,
legato prevalentemente all’età e alla situazione occupazionale, risulta piuttosto rigido e può
portare ad una suddivisione tutt’altro che ottimale dei nuclei beneficiari.
Per giudicare adeguatamente la multidimensionalità delle problematiche all’interno del nucleo
familiare è necessaria una analisi preliminare dello stesso, lasciando il compito (così come già era
previsto nel dlgs 147/2017) ai Comuni. In tal modo si poterebbero indirizzare in maniera più
adeguata i beneficiari verso il Patto per il Lavoro (dunque i CPI) o verso il Patto per l’Inclusione
Sociale (dunque i Servizi sociali comunali), creando le premesse per un migliore progetto di
reinserimento, evitando contestualmente passaggi doppi o fuorvianti nelle strutture previste.
A nostro avviso resta fondamentale, per il contrasto alla povertà, il coinvolgimento dei Comuni
attraverso il servizio sociale professionale.
Occorre mettere in campo un sistema che preveda il
rafforzamento strumentale, di risorse umane e finanziarie delle reti sociali a partire dal
potenziamento dei servizi socio assistenziali dei Comuni. A tal fine auspichiamo che sia
rispristinata la previsione di incrementare, in esito al monitoraggio dei fabbisogni, il Fondo per la
lotta alla povertà, le cui risorse residue costituiscono la quota destinata al rafforzamento del
sistema integrato dei servizi sociali.
Inoltre, non condividiamo l’abrogazione del Piano Nazionale per la lotta alla povertà ed esclusione
sociale (introdotto dal Rei) che definiva i primi livelli essenziali delle prestazioni demandando ai
Piani regionali la programmazione degli interventi e le priorità nell’utilizzo delle risorse, in quanto
il rischio che si corre è la disomogeneità degli interventi tra regioni virtuose e non, che a nostro
parere inaspriranno le disuguaglianze: è necessario, quindi, che azioni ed interventi siano
indirizzati su tutto il territorio nazionale.
Positivo il coinvolgimento dei Caf, che si impegnano fin da subito a sostegno delle nuova misura, ai
quali potrebbero essere efficacemente affiancati i Patronati. Occorre tuttavia che il finanziamento
sia adeguato non solo a coprire il nuovo aumentato impatto delle richieste di ISEE, ma anche a
gestire le nuove procedure richieste dal Reddito di cittadinanza. Non ci sembra che le cifre
stanziate siano a riguardo sufficienti.
A differenza del REI, il RdC amplia la platea dei beneficiari, in quanto aumenta la soglia dell’ISEE e
lo destina anche ai percettori della NASPI e di altri strumenti di sostegno al reddito per la
disoccupazione involontaria, superando in questo modo un difetto del REI, ma prevede
l’esclusione dei nuclei in cui sia presente un componente disoccupato in seguito a dimissione
volontarie, non tenendone in adeguata considerazione le molteplici possibili cause.
La scala di equivalenza utilizzata è assai ridotta anche rispetto a quella dell’ISEE, pur utilizzato nella
definizione delle soglie reddituali e patrimoniali; questo determina una restrizione all’accesso alla
prestazione, più rilevante via via che aumenta il numero dei componenti.
Inoltre risulta, in termini relativi, penalizzante per i disabili e per le famiglie numerose in
particolare se con minori, dato che per questi ultimi il parametro della scala di equivalenza è
particolarmente ridotto.
Riteniamo, dunque, che si possa operare un riequilibrio nelle due
componenti del beneficio, rafforzando al contempo la scala di equivalenza, riportandola al livello
dell'ISEE e prevedendone apposite maggiorazioni in caso di presenza di disabili nel nucleo
beneficiario. Inoltre, chiediamo la determinazione di un importo aggiuntivo a copertura dei costi
dell’abitare, poiché il massimale piuttosto contenuto penalizza nuovamente le famiglie numerose
con minori.
Qui trova una conferma la vocazione dello strumento più improntata all'inserimento nel mercato
del lavoro che non come strumento universale di contrasto alla povertà, infatti non incide e non
contrasta adeguatamente la cosiddetta povertà minorile, in aumento, e trattata marginalmente da
questo provvedimento
Infatti, il RdC è una misura che viene finanziata fino ad esaurimento delle risorse stanziate per
l’anno di competenza (limite di tetto).
Qualora le domande superino la disponibilità delle risorse
stanziate per l’anno in corso scatta la “tagliola” e viene ristabilita la compatibilità finanziaria
attraverso la rimodulazione del sussidio ovvero la sua riduzione in modo tale da coprire tutti i
beneficiari in regola con i requisiti.
La pena prevista nel caso di dichiarazioni mendaci che portino ad un illecita fruizione del beneficio
(dai due ai sei anni di detenzione) è largamente sproporzionata rispetto ad analoghi reati che
possono determinare problemi di entità anche assai superiore per l’erario (si pensi ad es.
all’evasione fiscale).
Siamo consapevoli dell’importanza di impedire comportamenti "predatori" ed
ostacolare il sommerso ma chiediamo di riportare queste sanzioni entro limiti più ragionevoli.
Inoltre sia il sistema sanzionatorio che di decadenza del beneficio si accaniscono esclusivamente e
dettagliatamente verso eventuali illeciti delle famiglie beneficiarie, diventando molto marginali per
quelli eventuali dei i datori di lavoro.
Riteniamo inutilmente penalizzante la prevista decurtazione del beneficio a fronte di un mancato
utilizzo mensile; una decurtazione che non tiene in alcun modo conto della capacità del nucleo
familiare di operare una pianificazione delle spese fisse (non necessariamente mensili) che si
affrontano.
Il limite di prelievo di 100€ può risultare troppo contenuto nel caso in cui il beneficio sia elevato
mentre può essere perfino esaustivo se il beneficio è contenuto. Sarebbe stato più opportuno
fissare come massimo del prelievo una percentuale del beneficio.
Il controllo sul funzionamento e le possibili modifiche dello strumento sono di esclusiva
competenza del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.
Il Comitato per la Lotta alla povertà e
l’Osservatorio sulla Povertà previsti dal dlsg 147/2017 sono stati smantellati e non è più previsto il
Piano Nazionale per la lotta alla povertà e all’esclusione Sociale, che garantivano, oltre che un
migliore rapporto tra le istituzioni coinvolte, in qualche modo una possibile partecipazione anche
delle Parti Sociali all’eventuale processo di aggiustamento dello strumento nonché al monitoraggio
del medesimo. Chiediamo che queste strutture vengano rivitalizzate anche per dare maggiore
consistenza al Ruolo della Rete per la protezione sociale nella lotta alla povertà, o
alternativamente chiediamo che si crei una nuova struttura appositamente connessa con il Rdc,
con la diretta partecipazione anche delle Parti Sociali e con lo scopo di monitorare e suggerire
possibili aggiustamenti migliorativi al nuovo strumento, così come già previsto per l’Isee attraverso
il Comitato di Sorveglianza.
La misura del RdC sembra attribuire, nel contrasto alla povertà, un ruolo prioritario all’avvio al
lavoro come risolutivo di tale condizione, senza tuttavia tenere in considerazione il fatto che già
oggi molti lavoratori sono poveri.
Chi è povero lo è soprattutto di istruzione, formazione, competenze che abilitano al lavoro di
qualità e alla inclusione sociale.
Una misura di sostegno al reddito, pur importante, non può essere quindi scollegata dal tema della
qualità dello sviluppo economico, dalla qualità della offerta di lavoro, dagli investimenti necessari
a superare le strutturali carenze e i divari territoriali, dagli investimenti sul sistema di istruzione e
per l’apprendimento permanente, tutte tematiche su cui non ci sono state finora le scelte politiche
necessarie.
Si parte dalla Dichiarazione di Immediata Disponibilità (DID) che deve essere resa dal beneficiario e
dalla sottoscrizione del Patto per il Lavoro sostanzialmente seguendo gli indirizzi della legislazione
degli ultimi anni, con la definizione di un percorso di accompagnamento al lavoro e l’impegno del
beneficiario del RdC a rispettarne gli specifici impegni, pena la perdita parziale o totale
dell’indennità.
Per tali politiche attive si tratta di misure già conosciute e non ancora applicate, nella maggior
parte dei casi, per via delle condizioni non proprio eccellenti in cui versano i nostri centri per
l’impiego sui quali per anni si è disinvestito e per la condizione di un mercato del lavoro in cui la
maggior parte dell’incrocio fra domanda e offerta di lavoro avviene per canali informali .
Se da un lato risulta essere positiva la ritrovata centralità riservata ai centri per l’impiego e
l’aumento delle loro dotazioni organiche, ancorché non sufficiente, dall’altro, come peraltro
messo in evidenza dal monitoraggio ANPAL dello scorso anno, è bene evidenziare che già le
funzioni previste dal D.L. 150/15 non sono garantite in modo eguale su tutto il territorio e per
tutte le funzioni.
Ciò in ragione sia della scarsa dotazione di organico e strumentale, sia dell’assenza di un sistema
informativo, che nel Decreto invece si suppone attuabile in pochi mesi, ed infine della urgente
necessità di interventi di formazione e aggiornamento del personale.
Non si può inoltre non evidenziare com
operare per far funzionare il nuovo strumento, perché appare francamente irrealistico che in
pochi mesi si possa determinare la capacità di risposta e di presa in carico che il decreto suppone.
In aggiunta evidenziamo con preoccupazione che le norme previste in Legge di bilancio 2019 sulla
revisione della Governance di ANPAL e di ANPAL Servizi siano definite in assenza di confronto con
le parti sociali e in una logica di non coordinamento con le Regioni titolari della definizione di tali
politiche, escludendo , nel caso della governance di Anpal anche l’indispensabile confronto con il
consiglio di vigilanza ANPAL.
Riteniamo pertanto urgente l’avvio di una fase di confronto e di contrattazione sui nuovi modelli
organizzativi di governance che la predisposizione di tale misura determinerà sul sistema delle
politiche attive.
Sui 50 milioni di euro per le assunzioni all’INPS, riteniamo siano una prima importante risposta, ma
si devono tenere in considerazione gli effetti di un eventuale rischio esodo che con “quota 100”
potrebbe interessare anche i dipendenti INPS.
Sulla offerta congrua evidenziamo come la revisione del parametro della distanza rischia di
rendere la misura molto più stringente di quella già oggi prevista per la generalità dei disoccupati.
Sosteniamo l’esigenza che i criteri di “offerta congrua” per i beneficiari del RdC e le eventuali
sanzioni ad essa collegata non siano diverse da quelle previste per gli altri disoccupati,
riscontriamo infatti un accanimento immotivato nei confronti di percettori di RdC.
Sulla previsione della decadenza di parte o dell'intero sussidio, quando non si effettua la
dichiarazione di immediata disponibilità, non si sottoscrive il patto per il lavoro e per l’inclusione,
non si partecipa ad iniziative formative e di riqualificazione oppure non si aderisce ai progetti di
pubblica utilità, andrebbe prevista la possibilità, da parte dei beneficiari del RdC, di poter ricorrere,
avverso le sanzioni irrogate dall’Inps, presso il “Comitato ricorsi di condizionalità”, istituito in seno
all’ANPAL, come avviene per i beneficiari della NASPI.
E’ molto grave la previsione che l’assegno di ricollocazione, che riteniamo una buona pratica di
politiche attive, venga sospesa per tre anni per i disoccupati ordinari a favore dei soli beneficiari
del RdC, in quanto entrambe le platee hanno spesso necessità simili per collocarsi o ricollocarsi,
altrimenti anche qui si rischia una contrapposizione tra poveri oltre alla diminuzione di una politica
attiva che deve decollare e non essere congelata.
Pur ritenendo che la previsione degli incentivi alle imprese dedicata esclusivamente alle
assunzioni a tempo indeterminato e a tempo pieno sia un atto per favorire la “buona occupazione
retribuita”, si deve tener conto che il part-time potrebbe rivelarsi una opportunità per soggetti
con problematiche e che nel Mezzogiorno, nel 2018, su 111 mila assunzioni stabili incentivate il
53% sono a part time, con punte del 73% tra le donne.
Una riflessione sulle possibilità reali di assunzioni per le imprese nel Mezzogiorno va fatta.
Va specificato, inoltre, se le assunzioni con contratti di apprendistato siano anch’esse incentivate.
Positivo che gli incentivi spettino solo ai datori che abbiano anticipatamente comunicato i posti
vacanti al portale del programma per il RdC.
Si tratta di un primo importante passo per recuperare un rapporto tra aziende e centri per
l’impiego che non è mai esistito, sul quale si dovrà ulteriormente lavorare, ed in particolare, come
da noi sollecitato anche in occasione dell’audizione sullo stato dei centri per l’impiego di qualche
mese fa, creando un apposito sportello dedicato alle aziende per favorire l’incrocio della domanda
e offerta di lavoro.
Positivo il cumulo dell’incentivo RdC con l’incentivo occupazione Mezzogiorno, ma in questa area
del Paese occorre stimolare soprattutto la “domanda”, in quanto il lavoro, l´occupazione di qualità
si crea con investimenti pubblici e con provvedimenti per attrarre quelli privati.
Infine pensiamo sarebbe utile aprire una riflessione con le Parti sociali sul ruolo che i Fondi
Interprofessionali possono esercitare nell’ambito delle politiche attive del lavoro.Le misure di
carattere previdenziale contenute nel decreto rappresentano una nuova opportunità per molte
lavoratrici e lavoratori per andare in pensione e riprendono alcune istanze sindacali, per altro
verso non sono sufficienti a superare le iniquità e le rigidità dell’attuale modello pensionistico.
“Quota 100” è un ulteriore passo verso la reintroduzione di una flessibilità di accesso alla
pensione ma non sarà in grado di rispondere in modo omogeneo alle esigenze espresse da molte
lavoratrici e lavoratori e lavoratrici. Essa costituisce, quindi, una opportunità per lavoratori con
carriere continue e strutturate, ma sarà meno accessibile per i lavoratori del Centro Sud e del tutto
insufficiente per le donne, per i lavoratori con carriere discontinue o occupati in particolari settori
occupazionali caratterizzati da discontinuità lavorativa, come il settore agricolo o quello
dell’edilizia, nei quali raramente un lavoratore raggiunge i 38 anni di contribuzione.
In particolare per le lavoratrici è necessario prevedere che il requisito contributivo riconosca la
maternità ed il lavoro di cura.
Inoltre, la reintroduzione del meccanismo d
finanziario tramite il sistema bancario. Inoltre, con questo meccanismo vengono discriminati i
dipendenti pubblici assunti dopo il 2000 ai quali si applica il regime del trattamento di fine
rapporto (Tfr) perché l’agevolazione fiscale ad essi non è applicabile.
Le tutele previste a favore delle categorie rientranti nell’ape sociale dovrebbero essere rese
strutturali.
Nel corso del 2018 moltissime domande di Ape sociale sono state respinte, di conseguenza le
risorse residue non utilizzate lo scorso anno, e quelle già accantonate nella fase di costituzione del
Fondo con la Legge di Bilancio 2018, risultano già sufficienti a potenziare questo utile strumento.
Occorre quindi una revisione dei criteri di accesso per le lavoratrici e le categorie dei lavori gravosi,
oggi di fatto esclusi dal beneficio, con una normativa meno stringente che superi il requisito
individuale del codice Istat che spesso risulta essere non idoneo ad individuare l’effettiva
mansione.
Le 15 categorie di lavoratori gravosi, che lo scorso anno avevano avuto l’esonero
dell’adeguamento all’attesa di vita sul requisito pensionistico, con il presente decreto,
accederanno al pensionamento tre mesi dopo e questo va a depotenziare la validità dello
strumento. Chiediamo, quindi, che nell’Iter parlamentare venga operata una correzione che di
fatto esclude dal beneficio introdotto lo scorso anno 15 categorie ritenute,invece, meritevoli di
tutela.
La prospettiva di un vera riforma del sistema previdenziale deve contemplare provvedimenti utili
anche per i pensionati di domani quindi necessario e urgente introdurre una pensione
contributiva di garanzia per i giovani, pur essendo comunque consapevoli che la priorità deve
rimanere un lavoro di qualità per tutti.
I lavori precari, a part time e poco pagati, infatti, saranno
insufficienti a garantire una pensione dignitosa poiché per le pensioni calcolate interamente con il
metodo contributivo non è prevista neanche l’integrazione al trattamento minimo. Cgil, Cisl e Uil
ribadiscono la richiesta di un meccanismo, collegato e proporzionato al numero di anni di lavoro e
di contributi versati, che consideri e valorizzi previdenzialmente anche i periodi di discontinuità
lavorativa, di formazione, di part time o di basse retribuzioni nell’ottica di assicurare nel futuro un
assegno pensionistico dignitoso.
Il decreto-legge prevede anche interventi a nostro avviso critici rispetto ai Fondi bilaterali di
solidarietà ed ai fondi interprofessionali.
Riteniamo che l’opportunità di prevedere meccanismi di
“prepensionamento” debba essere valutata solo dai fondi bilaterali di solidarietà e non dai Fondi
interprofessionali per il finanziamento di prestazioni previdenziali integrative, poiché se ne
snaturerebbe la funzione, indicando un utilizzo improprio delle loro risorse destinate alla
formazione continua, pertanto andrebbe stralciato dall’art 22 qualsiasi riferimento ai fondi
interprofessionali.
In merito alla prescrizione dei contributi dei lavoratori pubblici, prevista nell’articolo 19 del
decreto legge, è necessario includere tutti i lavoratori con iscrizione alla casse gestite dall’ex
Inpdap (Stato, Scuola, Enti locali, Sanità, ecc.) e bisognerà far decorrere l’inizio della prescrizione
per tutti i contributi (non solo quelli fino al 31.12.2014) dal 01.01.2022.
L’obiettivo di rispondere alle esigenze di contrasto della povertà in età avanzata condiviso da Cgil,
Cisl e Uil, ma lo strumento deve essere strutturato e adeguato in linea con le prestazioni
assistenziali-previdenziali esistenti per perseguire efficacemente gli scopi prefissati.
Cgil, Cisl e Uil ribadiscono che deve essere ripristinata la piena rivalutazione delle pensioni per
salvaguardare il valore degli assegni pensionistici come concordato nell’accordo tra Governo e
Sindacati nel 2016. Occorre anche definire un nuovo “paniere” per arrivare a un indice più equo
della rivalutazione delle pensioni e recuperare parte del montante perso in questi anni.
Parallelamente bisogna riprendere il processo di rivalutazione delle pensione anche attraverso il
rafforzamento e l’ estensione della 14°
Riteniamo pertanto necessario aprire un confronto, che coinvolga le organizzazioni di
rappresentanza dei lavoratori e dei pensionati, con l’obiettivo di definire una riforma organica del
sistema previdenziale che tenga conto delle problematiche sopra evidenziate, con l’obiettivo di
realizzare un assetto stabile e sostenibile nel tempo, non solo da un punto di vista economico ma
anche sociale.
E’ inoltre indispensabile procedere alla separazione della spesa previdenziale da quella
assistenziale, così da poter giungere ad una corretta rappresentazione della spesa pensionistica
italiana e la riattivazione della Commissione tecnica per la valutazione della spesa assistenziale e
previdenziale, peraltro mai convocata, allo scopo di arrivare ad una più chiara rappresentazione
degli equilibri finanziari e delle voci di spesa.
Per quanto riguarda la governance degli enti previdenziali, la sola reintroduzione del CdA non è
sufficiente ma deve essere rafforzato il ruolo dei Comitati di indirizzo e vigilanza dotandoli di reali
ed esigibili poteri di indirizzo e controllo.
Bisogna poi varare un intervento che sia veramente risolutivo sul tema degli esodati.
Sulla Previdenza complementare, è necessario rilanciare le adesioni, attraverso un nuovo periodo
di silenzio assenso e una adeguata campagna informativa istituzionale. Il Governo ed il
Parlamento devono incentivare fiscalmente le adesioni; riportare la tassazione degli investimenti
dei fondi pensione ad una aliquota non superiore all’11%; promuovere le condizioni perché i fondi
investano in economia reale, prediligendo il sostegno alle infrastrutture e allo sviluppo.
I provvedimenti esaminati rivestono una grande importanza e proprio per questo Cgil, Cisl e Uil
avevano richiesto al Governo un confronto preventivo, confronto che ci auguriamo possa
comunque realizzarsi al fine di individuare ulteriori soluzioni positive.
Roma, 5 Febbraio 2019

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