Sono quasi un milione i bambini nati nel nostro Paese da genitori stranieri. Frequentano le nostre scuole, sono amici dei nostri figli, ma non vengono considerati cittadini italiani. Un sit-in davanti a Montecitorio per essere visibili.
Marco ha quattordici anni, occhi a mandorla e uno spiccato accento romano. I suoi genitori gestiscono un ristorante cinese ma lui di cinese, a parte l’aspetto, non ha proprio nulla. Pechino, dove è nato suo padre, è un punto del mappamondo appoggiato in una mensola della sua cameretta, utile al ripasso della lezione di geografia del giorno dopo. Marco è uno dei tanti. Apolidi, invisibili, indesiderati: chiamateli come volete ma non pronunciate la parola “cittadini” perché per la legge italiana cittadini non sono. Eppure, nella scorsa legislatura, il semaforo sembrava finalmente illuminarsi di verde. Dopo l’approvazione alla Camera mancava solo l’ultimo passaggio al Senato. Andato puntualmente a vuoto.
E così siamo a ricominciare l’ennesimo gioco dell’oca, sulla pelle di questi ragazzi, discriminati dalla legge sulla cittadinanza e, più recentemente, dalle nuove disposizioni dei decreti sicurezza, che li rendono e li mantengono stranieri in questo loro, nostro Paese. Condannati a dipendere dai permessi di soggiorno dei genitori, dai tempi di attesa sempre più lunghi e da discriminazioni normative e accanimenti burocratici vissuti direttamente al raggiungimento dei diciotto anni e che
