Nel 1997, l’ultimo anno della gestione pubblica, l’allora Telecom era tra le prime cinque aziende del settore nel mondo.
Sviluppava un fatturato di circa 23 miliardi, i debiti stavano entro gli 8 miliardi, gli investimenti ammontavano a circa 6,5 miliardi l’anno e i dipendenti erano oltre 120.000. Economicamente sana, adeguatamente capitalizzata e fortemente presente all’estero l’azienda era perfettamente in grado di
affrontare la sfida della globalizzazione.
Vent’anni dopo, grazie all’intervento dei privati, l’attuale Tim fattura poco più di 19 miliardi, ha circa 30 miliardi di debiti, investe poco più di 3 miliardi, occupa circa 45.000 dipendenti e le partecipazioni estere si sono ridotte alla sola realtà brasiliana (Tim Brasil).
I numeri raccontano di un lento ma costante processo di scarnificazione che ha impoverito l’azienda, il lavoro e il Paese.
Già 10 anni fa Eugenio Scalfari scriveva: “…l’azienda ha avuto la sventura di diventare preda di un capitalismo straccione, più attento a spolpare il grasso che ad investire in prodotti e tecnologie”.
Ora quel processo è sostanzialmente compiuto e del possente maniero non è rimasto che qualche arredo di pregio.
Il degno coronamento dell’impresa pare essere anziché alienare in blocco quel che è rimasto, trarre
