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mercoledì 14 novembre 2018

Tim: azienda rischia il capolinea

Nel 1997, l’ultimo anno della gestione pubblica, l’allora Telecom era tra le prime cinque aziende del settore nel mondo.
Sviluppava un fatturato di circa 23 miliardi, i debiti stavano entro gli 8 miliardi, gli investimenti ammontavano a circa 6,5 miliardi l’anno e i dipendenti erano oltre 120.000. Economicamente sana, adeguatamente capitalizzata e fortemente presente all’estero l’azienda era perfettamente in grado di
affrontare la sfida della globalizzazione.
Vent’anni dopo, grazie all’intervento dei privati, l’attuale Tim fattura poco più di 19 miliardi, ha circa 30 miliardi di debiti, investe poco più di 3 miliardi, occupa circa 45.000 dipendenti e le partecipazioni estere si sono ridotte alla sola realtà brasiliana (Tim Brasil).
I numeri raccontano di un lento ma costante processo di scarnificazione che ha impoverito l’azienda, il lavoro e il Paese. 
Già 10 anni fa Eugenio Scalfari scriveva: “…l’azienda ha avuto la sventura di diventare preda di un capitalismo straccione, più attento a spolpare il grasso che ad investire in prodotti e tecnologie”.
Ora quel processo è sostanzialmente compiuto e del possente maniero non è rimasto che qualche arredo di pregio.
Il degno coronamento dell’impresa pare essere anziché alienare in blocco quel che è rimasto, trarre

giovedì 17 dicembre 2015

Europa: sindacati, non ci può essere una dimensione sociale a due velocità

La Confederazione europea dei sindacati (Ces), il sindacato britannico Tuc, i sindacati italiani Cgil, Cisl e Uil, condannano le implicazioni sociali della proposta per un’Europa a due velocità, come ipotizzato da Paolo Gentiloni e Philip Hammond, ministri degli Esteri di Italia e Regno Unito, in una lettera congiunta pubblicata su Repubblica e sul Telegraph martedì 15 dicembre”. E’ quanto affermano in una nota i sindacati.
I sindacati - prosegue la nota - temono che prevedere differenti velocità di integrazione nel campo sociale e dell'occupazione comporta il rischio di lasciare indietro i lavoratori inglesi. Il timore è fondato anche alla luce del programma di lavoro della Commissione europea per il 2016 che confina il concetto di ‘pilastro sociale’, peraltro non ancora definito, alla sola Unione economica e monetaria ed al suo completamento”.
I sindacati - aggiunge la nota - sottolineano la necessità di dotare la EMU di mezzi necessari per far fronte agli shock economici e alle sue debolezze strutturali nonché assicurare che gli sviluppi sociali non debbano essere confinati alla sola Unione economica e monetaria. I lavoratori inglesi non possono e non devono essere trattati come cittadini di serie B. A tutti i lavoratori devono essere garantite le stesse possibilità di migliorare le condizioni di lavoro e di vita, qualunque sia il luogo in cui essi vivano nella UE, e di essere coinvolti nella definizione del ‘pilastro sociale’ della UE” .
I sindacati chiedono ai governi riuniti oggi e domani a Bruxelles per il Consiglio europeo - concludono Ces, Tuc, Cgil, Cisl e Uil - di respingere l'idea che la UE sia ridotta ad un’area di libero mercato per alcuni, di più ampia integrazione per altri, e di piccola o assente dimensione sociale per tutti. Non ci può essere un mercato unico senza un’Europa sociale. Il fallimento nel riconoscere tutto ciò comporta il rischio di alienare ulteriormente gli elettori inglesi e di altri Paesi”.
Fonte: Ufficio Stampa Cgil