Visualizzazione post con etichetta aumentati. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta aumentati. Mostra tutti i post

mercoledì 7 ottobre 2015

Infortuni sul lavoro a Brescia, un tragico bilancio

Con gli infortuni sul lavoro accaduti nel fine settimana scorso, durante il quale hanno perso la vita 2 lavoratori, salgono a 26 i morti sul lavoro nella nostra provincia nel corso del 2015. 
Venerdi 2 ottobre Aniello De Luca di 47 anni è rimasto dilaniato dalle lame del silos di mangimi per animali; sabato 3 ottobre Domenico Fontana, 55 anni, è morto a Piamborno, schiacciato dal trattore che stava guidando. Un dato che non può non allarmare, nel loro insieme, le istituzioni e la società civile.
Ad oggi la tragica statistica dei morti registra ben 26 morti a Brescia e provincia, cifra che non si raggiungeva dal 2012 (31 morti), un aumento del 44,5% rispetto al 2013 e 2014 che contarono ben 18 morti per ciascun anno.
Dei 26 tragici eventi ben 8 lavoratori sono morti per caduta dall'alto, 7 sono rimasti schiacciati dal mezzo o dallo strumento che usavano per il loro lavoro, 6 sono morti durante il tragitto casa lavoro cd. “infortuni in itinere”.
Riteniamo che tutto questo non sia una casualità o pura fatalità ma frutto di una caduta di attenzione sul tema della Salute e Sicurezza per lavoratrici e lavoratori negli ambienti di lavoro.
Sarebbe utile rivedere la formazione dei lavoratori sui principi della salute e sicurezza, approfittare degli sgravi per investire in tecnologie adeguate, e fare della cultura e rispetto delle norme la sola via percorribile per contrastare il dramma che sta vivendo la nostra provincia.

Ufficio Salute Sicurezza Cgil Brescia

lunedì 4 maggio 2015

Il mobbing per maternità colpisce mezzo milione di lavoratrici ogni anno

Cristina, professione architetto, per nascondere la pancia che cresceva ha indossato per quasi sette mesi un corpetto contenitivo. E’ stata operata con un cesareo d’urgenza, sua figlia è nata con tre mesi d’anticipo ed è rimasta per sessanta giorni in terapia intensiva. Daniela, impiegata in un supermercato con la mansione di scarico merci, la sua gravidanza l’ha rivelata quasi subito. Per il suo capo però non ha fatto molta differenza: le ha detto che poteva comunque continuare a svolgere la maggior parte del lavoro “fisico” e si è mostrato infastidito all’idea di dover mettere in sicurezza l’ambiente di lavoro, secondo la legge. Quando ha avuto un aborto spontaneo, è stata trasferita in un altro negozio con conseguente degradamento delle mansioni e meno soldi in busta paga. Ad Alessia, donna manager, l’azienda ha “perdonato” il primo figlio. Quando però è rimasta incinta la seconda volta, al rientro al lavoro ha trovato la sua scrivania occupata da una collega più giovane e più disponibile agli straordinari notturni.
Non è un Paese per mamme, questo. E’ invece la fotografia di un’Italia dove dominano le vessazioni, le ordinarie ingiustizie, le discriminazioni subdole e banali ma non per questo meno tremende, che hanno come bersaglio le lavoratrici da poco diventati madri, considerate dalle aziende