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giovedì 26 maggio 2016

Poste italiane: Cestaro (SLC CGIL), il Governo ancora a caccia di quattrini sulle spalle di Poste

Si avvia un’altra fase di privatizzazione di Poste Italiane.
Le ragioni sono sempre le stesse: vendere i ” gioielli di famiglia” per fare cassa senza alcuna idea di futuro, senza linee chiare di politica industriale e lasciando in eredità solo debiti.
Il Governo “sposta” il 35% delle azioni di Poste a Cassa Deposito e Prestiti e prevede una collocazione sul mercato del restante 30%.
Il danno per le casse dello stato, in tema di mancati dividendi, sono già preventivabili.
Nel contempo non vi è traccia delle azioni previste dal piano industriale legate allo sviluppo, il che prefigura foschi scenari: operazioni esclusivamente finanziarie, necessarie a soddisfare le troppe promesse del Presidente Renzi; impoverimento della più grande azienda italiana di reti e servizi; nessuna prospettiva di sviluppo della logistica; nessuna prospettiva di innovazione dei servizi offerti.
Occorre ricordare che i soggetti che fruiscono dei servizi di Poste sono più di 30 milioni, larghissima parte dei quali sono cittadini e molti pensionati.
Questo enorme bacino di clienti ed utenti è l’unico vero capitale del Gruppo Poste Italiane, insieme ai suoi 140,000 dipendenti; è a questo “capitale” che azienda e Governo devono rispondere.
La logica del ” prendi i soldi e scappa” è la medesima che ha ucciso la STET, che era fino a pochi anni fa il quinto gestore di telefonia al mondo. Quel che è rimasto di quel grande gruppo industriale è sotto gli occhi di tutti.
Sarebbe obbligo del Governo prendere atto degli errori che sono stati fatti negli anni passati, errori che hanno depauperato il paese, ed adoperarsi per non ripeterli.
Massimo Cestaro

sabato 14 febbraio 2015

Crisi: Cgil, sette anni di previsioni sbagliate. Errori per oltre 300 mld

Danilo Barbi
segretario confederale Cgil
"Dopo sette anni di errori reiterati, anche per il 2015 i modelli previsionali calcolano una ripresa che non ci sarà”. Questo il secco giudizio della Cgil sulle previsioni macroeconomiche diffuse in questi giorni dai principali istituti nazionali ed internazionali, impegnati a ricalcolare le stime di crescita nel nostro paese alla luce di alcune variabili esogene (quantitative easing, flessione del prezzo del petrolio, svalutazione dell'euro, riduzione dei tassi d'interesse).
A smascherare la “disonestà intellettuale” delle previsioni econometriche, uno studio dell'Ufficio economico della Cgil. Secondo le elaborazioni dell'Ocse, riporta lo studio, negli ultimi sette anni il Pil italiano sarebbe dovuto crescere complessivamente dell'1.6%, dato ottenuto dalla somma delle singole previsioni d'autunno effettuate dall'istituto parigino tra il 2007 e il 2013. Applicando lo stesso calcolo alle stime che i vari Ministeri dell'economia e delle finanze hanno elaborato in funzione delle leggi di stabilità, il prodotto interno lordo della penisola avrebbe dovuto registrare un incremento complessivo di ben 5.4 punti percentuali. Numeri smentiti, ogni anno, dai dati effettivi diffusi dall'Istat: il gap previsionale, ovvero lo scostamento cumulato tra le previsioni e il dato definitivo, nel corso di questi ultimi sette anni, oscilla tra i meno 10.5 punti percentuali dell'Ocse e i meno 14.3 dei governi italiani. “Errori che in termini assoluti si traducono in un ammanco, dall'inizio della crisi, di 200 miliardi per quanto riguarda l'Ocse e addirittura di 330 miliardi di euro per i governi italiani”, spiega il segretario confederale della Cgil, Danilo Barbi.
Per il dirigente sindacale dall'inizio della crisi sono stati commessi "errori clamorosi", che