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martedì 25 maggio 2021

Lavoro: FDV, sono oltre 5 mln i lavoratori poveri e discontinui

Come la pandemia ha inciso, finora, sull’occupazione e sui salari in Italia? A questa domanda risponde la Fondazione Di Vittorio con il suo ultimo rapporto, ‘La precarietà occupazionale e il disagio salariale’, da cui emerge un dato preoccupante: gli occupati con un lavoro precario, involontario e con forte disagio salariale sono oltre 5 milioni, soggetti fragili che pagano i costi più alti della crisi, ai quali si aggiungono i disoccupati (2,5 mln) e i lavoratori in cassa integrazione.

Come si evidenzia nel Rapporto, tra il 2008 e il 2020, l’occupazione precaria aumenta costantemente e durante le fasi di crisi viene ulteriormente penalizzata poiché meno tutelata dalla scadenza temporale e dall’accesso agli ammortizzatori sociali. In questo periodo gli occupati dipendenti permanenti sono cresciuti solo di 15 mila unità (+0,1%), mentre quelli a termine di 413 mila (+18,1%), ma nel solo anno 2019 – 2020 questi ultimi sono calati di ben 365 mila unità.

Inoltre, viene analizzata la quantità del part-time involontario. Tra il 2008 e il 2020 gli occupati complessivi a part-time sono cresciuti del +28% e tra questi la quota nettamente prevalente è di part-time involontario, che aumenta dal 40,2% del 2008 al 64,6% del 2020. Nel 2020 l’occupazione precaria e involontaria coinvolge 4,7 milioni di occupati.

Altro tema analizzato dalla Fondazione di Vittorio è quello del disagio salariale, determinato dalla discontinuità occupazionale. Oltre 5 mln di lavoratori dipendenti del settore privato, con o senza part-time, hanno un salario medio molto basso (al di sotto dei 10 mila euro annui). Sul salario altro aspetto che influisce negativamente è rappresentato dagli addensamenti dell’occupazione dipendente nei

sabato 8 luglio 2017

Lavoro: FdV, nel 2016 disoccupazione potenziale ha raggiunto il 18,5%

In Italia la disoccupazione potenziale è di circa 2 milioni in più rispetto al dato ufficiale. È quanto emerge dal rapporto di ricerca sul mercato del lavoro, elaborato dalla Fondazione di Vittorio, dal titolo ‘La disoccupazione dopo la grande crisi’, aggiornato al 2016.
Per misurare lo stato di salute del lavoro in Italia, la FdV ha elaborato una ulteriore stima della disoccupazione, il tasso di disoccupazione potenziale, utilizzando le rilevazioni della Bce e la percezione degli intervistati della Rilevazione Continua della Forza Lavoro Istat. Nella ricerca, infatti, vengono considerati non solo i disoccupati formalmente riconosciuti, ma anche le persone che all’interno delle forze di lavoro potenziali aggiuntive (FLPA), riferiscono di sentirsi in cerca di occupazione (condizione percepita). Il tasso di disoccupazione schizza così al 18,5%, ben 6,8 punti sopra il tasso ufficiale, e il numero dei disoccupati sale a 5 milioni e 200 mila.
Lo studio fornisce, inoltre, un’analisi comparativa con le rilevazioni della Bce che stimano l’offerta di lavoro reale. Attraverso due metodologie di calcolo diverse si registra in entrambi i casi una disoccupazione italiana superiore al 20%. Il tasso di disoccupazione allargata per i Paesi dell’area euro è pari al 14,6% (4,3 punti sopra il tasso ufficiale) e al 21,8% per l’Italia (circa 10 punti sopra il tasso ufficiale), mentre il tasso di sottoutilizzo della forza lavoro raggiunge il 17,6% per la zona euro

venerdì 7 ottobre 2016

Lavoro: FDV Cgil, declino produttività in Italia da attribuire a riduzione investimenti e no a dinamiche retributive

Il PIL italiano è quello che ha maggiormente subito gli effetti della crisi e il nostro Paese è quello che ha registrato il calo maggiore della produttività. E’ quanto emerge dallo studio “Lavoro e capitale negli anni della crisi: l’Italia nel contesto europeo”, realizzato dalla Fondazione Di Vittorio Cgil. Un declino da attribuire, secondo lo studio, non alle dinamiche retributive, ma alla riduzione di investimenti, ricerca e innovazione.
La ricerca prende in esame alcuni dei principali indicatori economici in Italia dal 2007, l’anno che precede la grande crisi, fino al 2015 e li confronta con quelli dell’area euro e dei paesi europei a noi comparabili, come Germania, Francia e Spagna.
Le indicazioni che emergono sono nette. Il PIL italiano è quello che ha maggiormente subito gli effetti della crisi: facendo 100 l’indice del 2007, nel 2015 la Germania sale a 107,1%, la Francia a 103,4%, la Spagna scende a 96,7% e Italia a 91,7% con un calo di oltre 8 punti.
Nel quadro preso a riferimento dallo studio, in Italia sia la produttività totale dei fattori (-5,4% rispetto al 2007), che la produttività reale oraria del lavoro (-0,1% rispetto al 2007), sono le più basse fra quelle prese in esame e non certo – a parere della Fondazione – per la dinamica delle retribuzioni, come molti sostengono. La dinamica delle retribuzioni nominali reali nel periodo 2007/2015 è risultata, infatti, in Italia la più debole tra quelle dei paesi presi in esame.
Per la Fondazione Di Vittorio, dunque, il vero problema italiano si chiama “investimenti”, come dimostrano i 17 punti di ritardo dall’area euro, i 37 di distacco dalla Germania e l’andamento ancora

lunedì 26 settembre 2016

Lavoro: FDV Cgil, nei primi sette mesi 2016 assunzioni a termine pari 71% totale


Studio della FondazioneSintesi
Nel settore privato, nei primi sette mesi del 2016, le assunzioni a tempo indeterminato sono state 744 mila. 379 mila in meno ( – 33,7%) rispetto allo stesso periodo del 2015 e inferiori anche rispetto allo stesso periodo del 2014 e 2013.
Le assunzioni a termine, nei primi sette mesi del 2016, sono state, invece, circa 2,1 milioni e rappresentano ben il 71% dei nuovi rapporti di lavoro.
Sempre nei primi sette mesi del 2016, sono stati acquistati in Italia quasi 85 milioni di voucher, con un incremento rilevante rispetto allo stesso periodo del 2015 (61,9 milioni) e del 2014 (35,8).
Anche le trasformazioni in tempo indeterminato (179 mila) nei primi sette mesi del 2016 sono calate rispetto allo stesso periodo del 2015 ( ‑ 102 mila) e del 2014 ( ‑ 39 mila).
E’ quanto emerge da uno studio della Fondazione Di Vittorio, che rielabora i dati dell’Osservatorio sul precariato dell’Inps.
Per la Fondazione della Cgil, dunque, “Il lavoro precario e instabile si conferma nel 2016 la forma assolutamente predominante di accesso al mercato del lavoro e le nuove attivazioni a tempo indeterminato, inferiori non solo al 2015 ma anche al 2014, dimostrano in maniera evidente che l’elemento predominante per le scelte delle aziende è stato quello degli incentivi”.
Dallo studio della Fondazione sui dati Inps sulle assunzioni relative ai primi sette mesi del 2016, emerge che il saldo occupazionale complessivo (attivazioni/cessazioni) del tempo indeterminato (incluse le trasformazioni che però riguardano rapporti di lavoro già esistenti) resta, invece, positivo

venerdì 8 luglio 2016

Contratti: FDV Cgil, 2° livello riguarda solo 21,2% imprese

La contrattazione integrativa di 2° livello riguarda ancora solo il 21,2% delle imprese con almeno 10 dipendenti, mentre il contratto nazionale continua a coprire l’88,4% del totale delle retribuzioni di fatto”. E’ quanto emerge da uno studio elaborato, su dati Istat, dalla Fondazione Di Vittorio, sulla contrattazione integrativa e le retribuzioni nel settore privato.
Per la fondazione della Cgil, “Il CCNL si conferma, dunque, elemento insostituibile di autorità salariale sia per quantità di applicazione nelle imprese che per percentuale di copertura retributiva”.
Dallo studio si evince che “la percentuale di contrattazione collettiva integrativa di 2° livello in Italia nelle imprese con almeno 10 dipendenti è del 21,2%, di cui l’8,3% è contrattazione territoriale”.
La ricerca dimostra, inoltre, come la diffusione del 2° livello di contrattazione sia ovviamente maggiore nelle imprese più grandi e minore in quelle più piccole. “Nelle imprese con almeno 500 dipendenti è pari al 69,1% (di cui 3,6% territoriale); in quelle comprese tra 200 e 499 dipendenti, scende al 60,5% (di cui 3,9% territoriale); nelle imprese fra 50 e 199 addetti, si passa al 38,5% (di cui 6,6% territoriale); in quelle fra 10 e 49 dipendenti, si scende fino al 17,5% (con una quota di territoriale all’8,7%)”.
L’indagine evidenzia, anche, un forte divario territoriale che penalizza il Mezzogiorno. “La percentuale di imprese con almeno 10 dipendenti coperte dalla contrattazione collettiva integrativa per ripartizione geografica dimostra, infatti, che si passa dal 26,8% del Nord-est, al 23,5% del Nord-ovest, al 19,8% del Centro, al 13,1% delle Isole, per finire all’11,6% del Sud”.
Dallo studio della Fondazione Di Vittorio emerge anche un altro elemento fondamentale: “Il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro è applicato nel 99,4% delle imprese e ha coperto, nel 2015, l’88,4% del totale delle retribuzioni di fatto. Percentuale che sale addirittura al 93,5% per gli operai.

 Lo studio della FDV “Contrattazione integrativa e retribuzioni nel settore privato”
–  La sintesi dello studio
Fonte: Ufficio Stampa Cgil

lunedì 13 giugno 2016

Immigrati: FDV Cgil, retribuzioni medie inferiori di 362 euro netti al mese

Occupati prevalentemente nei settori a basso valore aggiunto (servizi alla persona, agricoltura, costruzioni, alberghi e ristoranti), dove la concorrenza con l’offerta di lavoro della componente italiana risulta marginale, con basse qualifiche e una retribuzione media netta inferiore di circa 360 euro al mese. E’ questa la fotografia del lavoratore immigrato che emerge dallo studio “Le conseguenze della crisi sul lavoro degli immigrati in Italia” realizzato dalla Fondazione Di Vittorio della Cgil, nell’ambito delle attività dell’Osservatorio sulle migrazioni, che ha analizzato le condizioni dei lavoratori stranieri occupati in Italia nel quinquennio 2011-2015.
Il lavoro degli immigrati ha contenuto il declino dell’occupazione nel nostro Paese e l’incidenza dell’occupazione straniera sul totale degli occupati è aumentata di 1,5 punti percentuali (+329 mila unità), attestandosi nel 2015 al 10,5%. Ma a quali condizioni?
La crisi ha colpito duramente anche la forza lavoro straniera, con un tasso di disoccupazione nel 2015 più alto di quasi 5 punti rispetto a quello relativo alla forza lavoro italiana (16,2 vs 11,4). Così come è aumentata la precarietà e il part time involontario.
Il tasso di sofferenza occupazionale (indicatore elaborato dalla FDV che comprende disoccupati,

lunedì 28 settembre 2015

Casa: Cgil, Sunia, Udu, per 600 mila studenti fuori sede 80% budget in affitto

Circa 600.000 studenti universitari sono fuori sede, si stabiliscono in altre città della propria o di altre regioni affrontando spese che incidono pesantemente sui redditi delle famiglie. Essere fuori sede in questo momento di crisi economica è sempre più difficile: a fronte di un quasi inesistente supporto pubblico, costi insostenibili del mercato privato, prevalenza di forme di irregolarità, illegalità ed elusione fiscale, l'accesso allo studio è strettamente legato alla capacità di sostenere soprattutto i costi abitativi. Questo quanto emerge da uno studio dell'Ufficio Politiche abitative della Cgil nazionale che, in collaborazione con il Sunia e l'Unione degli universitari, ha elaborato il vademecum '"Abitare" per gli studenti universitari fuori sede'.
Dall'indagine effettuata a supporto del vademecum, si apprende che per gli studenti fuori sede il costo principale è quello legato all’affitto di un posto letto, di una stanza singola o di un monolocale, spesa che incide fino all'80% del proprio budget e che per il 30% degli intervistati comporta una difficoltà per le famiglie. A fronte di questa situazione il sistema di diritto allo studio universitario italiano appare inadeguato: offre infatti un posto letto in strutture organizzate solo al 2% degli studenti, contro il 10% di Francia e Germania e il 20% di Danimarca e Svezia.
Secondo quanto calcolato da Cgil, Sunia e Udu la voce di spesa che segue quella dell'affitto comprende Tasse e Contributi Universitari, quantificati in base al proprio indicatore ISEE, alle quali bisogna aggiungere la Tassa Regionale per il Diritto allo Studio. Oltre ai costi delle rette universitarie, lievitati del 5% solo nell'ultimo anno,

martedì 11 agosto 2015

Casa: Cgil, metà reddito famiglie per spese fisse, introdurre tassazione progressiva

ll pagamento delle spese fisse per la casa (imposte, affitti, mutuo, utenze) continua a gravare pesantemente sui bilanci delle famiglie italiane, costrette a utilizzare quote crescenti del proprio reddito per farvi fronte, con punte che, in alcuni territori, superano il 50%. È quanto emerge da uno studio sui costi dell’abitare realizzato dalla Cgil nazionale.
Secondo lo studio (che si allega in versione integrale) le spese dei nuclei che vivono in case di proprietà e hanno contratto un mutuo (circa il 70% di quelli che hanno acquistato un'abitazione negli ultimi anni) incidono mediamente sul reddito familiare dal 31,53 (Torino) al 47,46% (Napoli). Percentuali superiori al 40% si registrano a Roma, Bari e Palermo. Più leggero, seppur consistente, il peso su chi non ha crediti verso le banche: si va da un minimo dell’11,81% del capoluogo piemontese, a un massimo del 17,44% della città partenopea.
Analizzando la situazione delle famiglie che vivono in affitto, il quadro è ancora più drammatico. Se il contratto sottoscritto tra proprietario e inquilino è a canone concordato, le incidenze sui redditi familiari si attestano sul 25,66% a Genova e superano il 30% in tutti gli altri casi, raggiungendo il 38,43% a Roma e il 38,61% a Bari. Se invece il contratto è a canone libero, le percentuali salgono ulteriormente, con una forbice che va dal 30,12% del capoluogo ligure al 50,04% della capitale.
In generale, la Cgil ha recentemente stimato che per oltre 3 milioni di famiglie l'incidenza sul reddito delle spese legate alla casa supera il 40%, e va quindi oltre la soglia critica per la tenuta dei

martedì 5 maggio 2015

Slc aderisce allo sciopero della scuola

Il 5 maggio SLC CGIL sarà a fianco della FLC e delle altre sigle sindacali della scuola per protestare contro il Disegno di legge del governo “La Buona Scuola” e chiedere con forza una “Scuola che cambia il Paese”.
Il futuro di una nazione dipende dalla formazione dei suoi abitanti, per questo motivo crediamo che sia davvero arrivato il momento di riaffermare il valore del diritto allo studio e rivendicare con forza l’accesso gratuito e libero all’istruzione.
Il disegno di legge proposto dal Governo va invece nella direzione opposta: alimenta disparità e squilibri, senza dare risposte ai problemi veri della scuola pubblica.
Una buona scuola deve essere prima di tutto sicura, sotto tutti i punti di vista.
Per chi ci lavora, che ha diritto ad un lavoro stabile e a un salario dignitoso e per chi la frequenta, che non deve temere, come oggi accade, persino cedimenti strutturali degli edifici.
Per tutte queste ragioni, che parlano della civiltà di un Paese saremo in piazza insieme ai lavoratori, agli studenti, agli insegnanti e ai genitori.

La Segreteria Nazionale Slc Cgil

martedì 10 marzo 2015

Cgil: l'economia "in nero" vale fino a 290 miliardi l'anno. Evasione a 93 miliardi

Un buco nero nei conti pubblici che arriva a 290 miliardi. Risorse che sfuggono alla lente del Fisco e si traducono in un minore gettito per le casse statali. Da lì, derivano minori stanziamenti a favore delle famiglie bisognose, dell'imprenditoria, del sostegno dei consumi.
L'economia 'non osservata' nel nostro Paese in un anno è valutabile tra i 250 e i 290 miliardi, dei quali tra i 180 e i 210 tra economia sommersa ed economia informale (che si traducono in un mancato gettito tra 85 e 100 miliardi) e tra i 70 e gli 80 miliardi di economia illegale. E' questa l'analisi di uno studio su "L'economia non osservata" dell'Istituto Bruno Trentin sulla base dei dati del Cer. Secondo l'istituto della Cgil, sulla base di questi dati l'evasione totale è valutabile in 93 miliardi, con un mancato gettito di 55 miliardi dei quali 14 miliardi possono essere recuperati. Secondo lo studio, infatti, basterebbe rendere più efficienti le norme già in vigore e mettere in pratica le misure di contrasto già esistenti, nella lotta all'evasione, ma che devono ancora essere totalmente attivate per arrivare a quei 14 miliardi di recupero.
Per il sindacato, queste risorse aggiuntive andrebbero concentrate su due interventi: estensione del bonus di 80 euro a pensionati e incapienti ed ampliamento degli investimenti. In particolare, "destinando 7,3 miliardi di euro ai lavoratori dipendenti (circa 4 milioni) e pensionati (circa 3,5 milioni) incapienti attraverso l'estensione del bonus di 80 euro. Si sosterrebbe così, si legge ancora nello studio, con particolare attenzione alle categorie più deboli il reddito di queste famiglie e si

sabato 14 febbraio 2015

Crisi: Cgil, sette anni di previsioni sbagliate. Errori per oltre 300 mld

Danilo Barbi
segretario confederale Cgil
"Dopo sette anni di errori reiterati, anche per il 2015 i modelli previsionali calcolano una ripresa che non ci sarà”. Questo il secco giudizio della Cgil sulle previsioni macroeconomiche diffuse in questi giorni dai principali istituti nazionali ed internazionali, impegnati a ricalcolare le stime di crescita nel nostro paese alla luce di alcune variabili esogene (quantitative easing, flessione del prezzo del petrolio, svalutazione dell'euro, riduzione dei tassi d'interesse).
A smascherare la “disonestà intellettuale” delle previsioni econometriche, uno studio dell'Ufficio economico della Cgil. Secondo le elaborazioni dell'Ocse, riporta lo studio, negli ultimi sette anni il Pil italiano sarebbe dovuto crescere complessivamente dell'1.6%, dato ottenuto dalla somma delle singole previsioni d'autunno effettuate dall'istituto parigino tra il 2007 e il 2013. Applicando lo stesso calcolo alle stime che i vari Ministeri dell'economia e delle finanze hanno elaborato in funzione delle leggi di stabilità, il prodotto interno lordo della penisola avrebbe dovuto registrare un incremento complessivo di ben 5.4 punti percentuali. Numeri smentiti, ogni anno, dai dati effettivi diffusi dall'Istat: il gap previsionale, ovvero lo scostamento cumulato tra le previsioni e il dato definitivo, nel corso di questi ultimi sette anni, oscilla tra i meno 10.5 punti percentuali dell'Ocse e i meno 14.3 dei governi italiani. “Errori che in termini assoluti si traducono in un ammanco, dall'inizio della crisi, di 200 miliardi per quanto riguarda l'Ocse e addirittura di 330 miliardi di euro per i governi italiani”, spiega il segretario confederale della Cgil, Danilo Barbi.
Per il dirigente sindacale dall'inizio della crisi sono stati commessi "errori clamorosi", che

martedì 17 settembre 2013

Sono oltre 5 milioni le persone in difficoltà lavorativa (studio confartigianato)


In Italia ci sono attualmente oltre 3 milioni di disoccupati, 1,7 milioni di 'scoraggiati e 318.600 cassintegrati, per un totale di 5 milioni di persone in gravi difficoltà. E' il quadro che emerge oggi (17 settembre) dal rapporto dell'Ufficio studi di Confartigianato.
L'indagine fotografa gli effetti della recessione e le risposte dei nostri connazionali e verra' presentata al 'Festival della Persona', organizzato dalla Confederazione a Verona il 19 e 20 settembre. Per la precisione - riferisce l'Adnkronos - risultano 3.076.300 italiani disoccupati, ai quali si aggiungono 1.703.500 inattivi 'scoraggiati' (vale a dire che non cercano lavoro perche' ritengono di non riuscire a trovarlo) e 318.600 cassintegrati, per un totale di 5.098.400 persone che vivono gravi difficoltà nel mercato del lavoro. Le persone con "problemi lavorativi" sono pari al 10% della popolazione del nostro paese.
Fonte: rassegna.it