A distanza di 18 anni dalla privatizzazione di Telecom Italia, il risultato che viene consegnato al nostro Paese è un impietoso bilancio negativo.
Da un’azienda tra i maggiori player mondiali del settore, presente in diversi continenti e con una avanzata capacità tecnologica, economicamente sana e adeguatamente capitalizzata, siamo passati ad un’azienda concentrata solo sull’Italia e sul Brasile, con un fatturato attuale (circa 19 Mld) sensibilmente più basso di allora (circa 23 Mld), fortemente indebitata (circa 25 Mld), con minori investimenti e con decine di migliaia di dipendenti in meno.
Un quadro impietoso che descrive un’azienda fortemente impoverita.
Il problema principale di cui ha sofferto TIM è la sostanziale instabilità della Governance aziendale, dalla privatizzazione ad oggi ed il fatto di essere diventata una azienda privata ma che deve rispettare stringenti obblighi di legge derivanti dall’essere stata monopolista.
Gli ultimi mesi ci hanno poi consegnato uno scenario straordinariamente preoccupante con l’emersione di migliaia di potenziali esuberi gestiti senza effetti traumatici grazie ad un importante accordo di tenuta, realizzato dal sindacato confederale utilizzando i “Contratti di solidarietà” sottoscritti al Ministero del Lavoro l’11 Giugno 2018, il tutto mentre si consuma una battaglia per il controllo dell’attuale Gruppo TIM tra due azionisti (VIVENDI ed ELLIOT) che prosegue ormai da





