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lunedì 20 luglio 2020

Covid-19: Cgil, ecco come il virus sta cambiando il mondo del lavoro

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Dall’analisi che affronta le questioni economiche e finanziarie generali (crollo del Pil, curve degli investimenti) e quelle più strettamente legate alle trasformazioni del lavoro nell’epoca del Covid-19, emergono le tendenze principali, ma anche le ansie e le paure per quello che potrà succedere nei prossimi mesi.

Lo studio è diviso in due parti: una economica, l’altra dedicata al mondo del lavoro che cambia.

Sulla prima scrive su Collettiva.it Simona Ciaramitaro 

Sulla seconda scrive su Collettiva.it Paolo Andruccioli 

Sempre su Collettiva.it una breve video scheda riassuntiva della ricerca 

Intervista alla vicesegretaria generale della Cgil Gianna Fracassi 

Fonte: Ufficio Stampa Cgil

lunedì 7 ottobre 2019

Lavoro: FDV Cgil, dal 2008 più occupati ma meno ore lavorate, cresce part time involontario e tempo determinato

Nel 2° trimestre 2019 il numero di occupati ha superato il livello del 2° trimestre 2008 (+283mila unità). È cambiata tuttavia in modo sostanziale la composizione dell’occupazione. I dipendenti full-time a tempo indeterminato sono calati nello stesso periodo di -544mila unità. Crescono invece fra i lavoratori dipendenti sia i part-time (+1,117milioni) che i tempi determinati (+726mila). È quanto emerge da un’elaborazione della Fondazione Di Vittorio su dati Istat (Rilevazione sulle Forze di Lavoro).Anche il numero di ore lavorate nel 2° trimestre 2019, secondo quanto emerge dallo studio della fondazione della Cgil, è ancora inferiore rispetto al dato del 2° trimestre 2008 (-5,1%).
Per il presidente della FDV, Fulvio Fammoni, “questi dati dimostrano che, se si prendono in esame le tipologie di lavoro, la qualità dell’occupazione italiana, nonostante la variazione positiva dello stock di occupati, peggiora sensibilmente, anche per le caratteristiche di ‘involontarietà’ che la contraddistinguono”.
L’impatto sul mercato del lavoro di un Pil stagnante da ben cinque trimestri e del mancato

giovedì 31 gennaio 2019

Pil: Cgil, dato prevedibile, il 9 febbraio in piazza per ridare lavoro, sviluppo e futuro al Paese

Non si tratta di una doccia fredda perché il dato era ampiamente previsto, non solo da tutti gli istituti nazionali e internazionali, ma anche da tutte le parti sociali. 
Da mesi la flessione della produzione industriale, del fatturato e degli ordinativi, dovuta alla sfavorevole congiuntura internazionale, prefigurava il rischio di recessione, che non a caso è arrivata prima in Italia, vista anche la debolezza della ripresa e in particolare, della domanda interna”. Così la Cgil, in una nota, commenta i dati Istat (-0,2% di variazione del Pil nell’ultimo trimestre 2018), che confermano il brusco rallentamento della crescita italiana e l’entrata in recessione tecnica.
Per il sindacato guidato da Maurizio Landini “non si può aspettare oltre e occorre rilanciare subito la crescita, lo sviluppo e l’occupazione, attraverso investimenti pubblici e la creazione di lavoro, misure del tutto insufficienti nella Legge di Bilancio appena approvata”.
Inoltre, secondo la Cgil, “la distanza fra la crescita effettiva del Pil e le irrealistiche aspettative del Governo genererà un impatto negativo anche sui conti pubblici, diminuendo ulteriormente le risorse per le politiche sociali, industriali e infrastrutturali”.
Per il sindacato di Corso d’Italia, “anche dai dati Istat degli occupati di dicembre emerge un’ulteriore conferma dello stato di recessione. Sebbene, infatti, il dato annuo evidenzi che l’occupazione sia

venerdì 31 agosto 2018

Istat: Cgil, quadro economico occupazionale rende necessari investimenti pubblici in legge Bilancio

Pur in crescita, si conferma il rallentamento dell’economia italiana a metà dell’anno in corso, ma forse il peggio deve ancora venire. Siamo sempre troppo lontani dai livelli pre-crisi di Pil, consumi e investimenti”. Così la Cgil Nazionale commenta i conti economici trimestrali diffusi quest’oggi dall’Istat.
Finalmente – osserva la Confederazione – si inverte, dopo anni, la tendenza ad affidare la crescita nazionale prevalentemente alla domanda estera, viste anche le tensioni geoeconomiche, e il contributo alla variazione positiva del Pil viene praticamente solo dagli investimenti interni. Tuttavia, a sostenere gli investimenti fissi sono prevalentemente le spese per i mezzi di trasporto e non per impianti e macchinari, mentre gli investimenti in ricerca, innovazione e brevetti si riducono”. “Il contributo alla crescita del Pil da parte dei consumi delle famiglie e della spesa pubblica è nullo, sebbene – aggiunge – le importazioni crescano denotando una forte domanda inevasa da parte della produzione nazionale”.
Tutto questo – sottolinea il sindacato di corso d’Italia – in corrispondenza di una disoccupazione ancora a due cifre e oltre il 30% per i giovani. Inoltre, va posta attenzione alla persistente difficoltà alla ripresa occupazionale della fascia d’età 35/49″.
Visto che il quadro economico e occupazionale Istat di oggi aiuta a determinare le prospettive macroeconomiche su cui il Governo si concentrerà nelle prossime ore per stilare la nota di aggiornamento del Def e soprattutto il disegno di legge di Bilancio 2019, appare urgente un aumento cospicuo degli investimenti pubblici. Bisogna – prosegue – selezionare i settori di intervento in ragione delle priorità nazionali, a partire dalle infrastrutture, dalla manutenzione del territorio e dalla prevenzione dei rischi, oltre che dell’innovazione necessaria alla struttura produttiva italiana”.
Infine, conclude la Cgil “solo una maggiore qualità delle produzioni può garantire maggiore e migliore occupazione. Crescita sostenuta e qualità del lavoro costituiscono le basi per la sostenibilità degli stessi conti pubblici e la credibilità dei mercati finanziari”.
Fonte: Ufficio Stampa Cgil

martedì 10 ottobre 2017

Crisi: FDV Cgil, in Italia il calo del Pil più forte della media europea e la ripresa più lenta

Il secondo rapporto della Fondazione Di Vittorio (Ottobre 2017) su “Lavoro e capitale negli anni della crisi” evidenzia, nel contesto europeo, da una parte l’Italia che ha perso di più e recupera meno (-7% il Pil nel 2016 rispetto al 2007), dall’altra Francia e Germania che, anche in virtù del buon andamento della domanda interna, sono tornate a crescere già dopo la caduta del 2009 e presentano nel 2016 un valore del Pil che supera, rispettivamente, del 5.2% e del 9.4% il valore del 2007. Anche la Spagna, che tra le grandi economie continentali è quella che insieme all’Italia ha sofferto di più il primo (2009) e il secondo (2012) shock recessivo, dal 2014 dimostra tassi di crescita sostenuti e nel 2016 ha recuperato quasi completamente le perdite patite (-0.5% rispetto al 2007). L’Italia, invece, stenta ancora a ripartire e la crescita del prodotto, benché le stime siano state di recente riviste verso l’alto, è ancora debole: le proiezioni elaborate a maggio configurano un saggio di crescita nettamente più alto per l’area Euro e collocano il Pil italiano nel 2018 ancora cinque punti sotto il valore del 2007.
Secondo il rapporto della fondazione della Cgil, “In Italia la crisi è stata più lunga a causa delle misure di austerità che hanno penalizzato la domanda interna e determinato un generale arretramento della nostra economia, il cui peso all’interno dell’eurozona tende a ridursi progressivamente. La ripresa in atto è accompagnata peraltro dalla stagnazione dei salari e non si vedono, al di là dei

mercoledì 15 febbraio 2017

Pil: Cgil, crescita modesta, ultimi della classe

“Una crescita ancora troppo modesta. Non è con un decimale in più o in meno che si ritrova la via della crescita, la crisi continua a gravare fortemente sul piano sociale, occupazionale e produttivo”. Così la segretaria confederale della Cgil Gianna Fracassi commenta le stime preliminari sul Pil diffuse questa mattina dall’Istat e avverte: “con questo ritmo di crescita ci vorranno ancora molti, troppi anni per tornare ai livelli pre-crisi, anche per salari e occupazione”.
“L’Italia, come evidenziato ieri dalla Commissione Ue – sottolinea la segretaria confederale – cresce meno di tutti gli altri Paesi europei, siamo gli ultimi delle classe. Il 2016 – ricorda – è stato l’anno della deflazione, e la bassa crescita del Pil nominale implica il rischio di una manovra correttiva, a connotazione recessiva”.
Per la dirigente sindacale “è evidente che resta un vuoto di domanda. Basta – prosegue – con l’austerità, con i tagli alla spesa e con le privatizzazioni, occorre una politica economica espansiva, più investimenti pubblici e privati, più occupazione, più reddito da lavoro. Le riforme utili al Paese non devono solo ristrutturare, ma devono ridare forma alla struttura economica e produttiva”.
Per questo la Cgil “continua a promuovere il suo Piano del Lavoro e il Piano straordinario per l’occupazione giovanile e femminile, l’importanza della contrattazione collettiva, la qualità dell’occupazione attraverso la Carta dei diritti universali e i due referendum a sostegno. Solo così – conclude Fracassi – si possono creare le condizioni per una nuova e più sostenuta crescita e per un nuovo modello di sviluppo più equo e sostenibile”.
Fonte: Ufficio Stampa Cgil

venerdì 7 ottobre 2016

Lavoro: FDV Cgil, declino produttività in Italia da attribuire a riduzione investimenti e no a dinamiche retributive

Il PIL italiano è quello che ha maggiormente subito gli effetti della crisi e il nostro Paese è quello che ha registrato il calo maggiore della produttività. E’ quanto emerge dallo studio “Lavoro e capitale negli anni della crisi: l’Italia nel contesto europeo”, realizzato dalla Fondazione Di Vittorio Cgil. Un declino da attribuire, secondo lo studio, non alle dinamiche retributive, ma alla riduzione di investimenti, ricerca e innovazione.
La ricerca prende in esame alcuni dei principali indicatori economici in Italia dal 2007, l’anno che precede la grande crisi, fino al 2015 e li confronta con quelli dell’area euro e dei paesi europei a noi comparabili, come Germania, Francia e Spagna.
Le indicazioni che emergono sono nette. Il PIL italiano è quello che ha maggiormente subito gli effetti della crisi: facendo 100 l’indice del 2007, nel 2015 la Germania sale a 107,1%, la Francia a 103,4%, la Spagna scende a 96,7% e Italia a 91,7% con un calo di oltre 8 punti.
Nel quadro preso a riferimento dallo studio, in Italia sia la produttività totale dei fattori (-5,4% rispetto al 2007), che la produttività reale oraria del lavoro (-0,1% rispetto al 2007), sono le più basse fra quelle prese in esame e non certo – a parere della Fondazione – per la dinamica delle retribuzioni, come molti sostengono. La dinamica delle retribuzioni nominali reali nel periodo 2007/2015 è risultata, infatti, in Italia la più debole tra quelle dei paesi presi in esame.
Per la Fondazione Di Vittorio, dunque, il vero problema italiano si chiama “investimenti”, come dimostrano i 17 punti di ritardo dall’area euro, i 37 di distacco dalla Germania e l’andamento ancora

lunedì 4 luglio 2016

Crisi: Cgil, il governo deve fare i conti con la realtà

L’andamento dell’economia continua ad essere lontano dalla ripresa e gli squilibri macroeconomici globali aumentano”. È quanto si legge nel sesto numero dell’Almanacco dell’economia curato dall’area delle Politiche economiche della Cgil.
Per il sindacato di Corso d’Italia “le politiche monetarie accomodanti messe in campo dalle economie avanzate, se non accompagnate da politiche fiscali e di bilancio altrettanto espansive, rafforzano la ‘trappola della liquidità’ e accentuano le disuguaglianze senza risolvere la crisi occupazionale e la deflazione, soprattutto in Europa”. In questo quadro la previsione delle conseguenze economiche e sociali della Brexit, per l’Europa e per la Gran Bretagna, risulta “complessa”.
Se rivolgiamo lo sguardo al nostro Paese, e “facciamo i conti con la realtà” è facile rendersi conto, spiega la Cgil “che la situazione economica dei primi mesi del 2016, come rilevano i dati diffusi dall’Istat, ha subito un brusco peggioramento”.
A dimostrarlo anche l’Indice di Ripresa della Domanda Effettiva (IRiDE), l’indicatore economico elaborato dalla Cgil, che “dopo una variazione positiva dell’ultimo trimestre 2015 torna a essere pari a – 0,5”, prefigurando ancora una volta, per l’anno in corso, una crescita inferiore alle attese, sia quelle del Governo (che nel Def 2016 prevede una variazione del Pil dell’1,2%), sia delle principali istituzioni (la Banca d’Italia nelle Proiezioni macroeconomiche per l’economia italiana del

martedì 17 maggio 2016

Pil: Cgil, dati Istat auspicabili, ma difficilmente realizzabili senza cambio politica economica

Previsioni, quelle dell’Istat, auspicabili, ma purtroppo difficilmente realizzabili senza un vero cambiamento della politica economica nazionale ed europa. E’ quanto si evince dal quinto numero dell’Almanacco della Cgil nazionale che, alla luce delle prospettive di crescita 2016 diffuse quest’oggi dall’Istituto nazionale di statistica, analizza l’andamento dell’economia dall’inizio dell’anno.
Ad oggi, con “l’economia della rassegnazione del Governo”, le previsioni dell’Istat rischiano di risultare “troppo ottimistiche”, così come ci indicano alcune stime: “l’inedita spinta degli investimenti fissi lordi +2,7% e dei consumi privati +1,4% sembra irrealizzabile senza un importante contributo della domanda pubblica, che però dovrebbe crescere solo dello 0,2% nel 2016, dopo anni di segno meno. Non a caso – prosegue il rapporto – le previsioni indicano un tasso di disoccupazione ancora pari all’11,3% a fine anno”.
Intanto, nei primi mesi del 2016, si legge nell’Almanacco, “la crescita globale ha perso slancio e l’economia del nostro Paese ha segnato solo un rimbalzo, classificandosi all’ultimo posto per la crescita del Pil fra tutte le principali economie industrializzate”.
Nel dettaglio si evidenzia una variazione del Pil del primo trimestre 2016 maggiore rispetto al trimestre precedente (+0,3% contro +0,1%), ma più contenuta rispetto allo stesso periodo del 2015 (+1,0% anziché +1,1%). Infatti l’andamento degli indicatori della produzione, del fatturato e degli

venerdì 12 febbraio 2016

Pil: Cgil, la ripresa appena cominciata è già finita

La programmazione economica del governo è già saltata all’aria, così come indicano, purtroppo, le stime preliminari del prodotto interno lordo (Pil) diffuse quest’oggi dall’Istat”. Così Danilo Barbi, segretario confederale della Cgil, che sottolinea: “il 2015 chiude solo al +0,6% rispetto al +0,9 che il governo aveva calcolato nella legge di stabilità”.
Il Pil dell’ultimo trimestre del 2015 – prosegue Barbi – conferma quello che avevamo già indicato, cioè che i piccoli e timidi segnali di ripresa registrati nei primi trimestri dell’anno si erano già invertiti, sia per quanto riguarda la produzione industriale che per il prodotto interno lordo”. “La crescita del Pil nel quarto trimestre è appena dello 0,1%, quindi – avverte Barbi – di nuovo pericolosamente vicino allo zero”.
Per il 2016 – spiega il dirigente della Cgil – il governo ha programmato un aumento del Pil dell’1,6% e la crescita delle esportazioni del 4, stime che, con queste tendenze economiche e con quello che sta succedendo nelle borse e nell’economia globali, stanno già saltando all’aria”.
“La ripresa del Paese – prosegue il segretario confederale – non può essere affidata ai soli investimenti privati e alle esportazioni: non sta funzionando. 
Non è sufficiente dire che ‘l’austerità non basta’, ci vuole una politica espansiva che favorisca l’aumento degli investimenti pubblici per creare occupazione giovanile, così come previsto nel nostro Piano del Lavoro”. “In caso contrario – conclude Barbi – il destino che ci aspetta è quello di una stagnazione con il rischio di ulteriori fasi recessive, così come testimoniato dai recenti eventi”.

Fonte: Ufficio Stampa Cgil

martedì 24 novembre 2015

Università: Cgil, dati Ocse preoccupanti, intervenire su diritto allo studio in Stabilità

"I dati relativi al nostro sistema universitario sono preoccupanti: occorre intervenire sul diritto allo studio e prevedere risorse aggiuntive nella legge di stabilità". Così il segretario confederale della Cgil Gianna Fracassi commenta il rapporto Ocse 'Education at a glance 2015', che analizza i sistemi di istruzione dei trentaquattro paesi membri.
"Abbiamo la maglia nera per numero di laureati, ultimi rispetto alla media, e siamo penultimi per quanto riguarda la percentuale di Pil dedicata alla spesa per l'istruzione universitaria", evidenzia Fracassi. "Il nostro sistema - sottolinea la dirigente sindacale - ha poi una allarmante disomogeneità territoriale, con un calo notevole degli iscritti nelle università meridionali".
"Il nodo prioritario da affrontare per ridurre le disuguaglianze - conclude Fracassi - è quindi intervenire sul diritto allo studio, sia universitario che scolastico, attraverso una legge quadro nazionale e procedere ad un incremento di risorse, a partire dalla legge di stabilità".

Fonte: Ufficio Stampa Cgil

lunedì 9 febbraio 2015

Mezzogiorno: Cgil, Istat fotografa effetti crisi, agire con politiche industriali e di sviluppo

Gianna Fracassi
segretario confederale Cgil
"I dati diffusi oggi dall'Istat fotografano gli effetti drammatici di sei anni di crisi e evidenziano ancora una volta il baratro esistente tra Nord e Sud del Paese. E' necessario intervenire con strumenti e politiche concrete: gli annunci e la nascita di un ministero per il Mezzogiorno non sono sufficienti". Così il segretario confederale della Cgil Gianna Fracassi commenta i dati dell'Istituto di statistica sul Pil pro capite nel 2013, da cui emerge che il Prodotto interno lordo per abitante nel Sud Italia è inferiore del 45,8 per cento rispetto a quello del Centro-Nord.
"Risultati coerenti con le analisi elaborate in questi mesi da importanti istituzioni - continua Fracassi - sia per quanto riguarda la trasformazione della struttura produttiva, con una vera e propria desertificazione industriale, sia rispetto all'impoverimento delle famiglie, al calo dei consumi e al crollo dell'occupazione, in particolare dei giovani e delle donne".
"Come abbiamo già sostenuto in passato, il tema non si affronta solo attraverso una diversa architettura istituzionale. In questo senso - spiega la dirigente sindacale - la discussione aperta dal presidente del Consiglio in merito alla creazione di un dicastero ad hoc per il Sud non affronta compiutamente il vero problema: l'assenza di politiche industriali e di sviluppo".
"Lo strumento istituzionale - prosegue - può servire per fare sintesi, organizzare meglio le risorse e creare le necessarie sinergie con gli altri ministeri, in particolare con quello dello Sviluppo economico, in un'ottica di coesione territoriale e sociale. Ma alla base - sottolinea Fracassi - devono esserci un progetto complessivo e le risorse necessarie per il Sud".
"Non occorre attendere ulteriori dati e analisi a conferma di questo quadro: è urgente agire". Fracassi conclude ribadendo la proposta della confederazione di corso d'Italia: "la Cgil da tempo ha indicato nel Piano del lavoro la strada dell'intervento pubblico come motore dell’economia, per rilanciare e rinnovare profondamente la base industriale e la specializzazione produttiva del Paese e, in particolare, del Sud".
Fonte: Ufficio stampa Cgil

giovedì 2 ottobre 2014

Stabilità: Cgil, governo aggiorna Def ma conferma politiche sbagliate

Roma, 2 ottobre - Il governo presenta la nota di aggiornamento del documento di economia e finanza, rivede in peggio le stime ma conferma le “politiche sbagliate”. E' quanto afferma il segretario confederale della Cgil, Danilo Barbi, che aggiunge: “Leggendo l'impostazione dell'aggiornamento del Def 2014, che sarà alla base della prossima Legge di stabilità, non si sa se ridere o piangere. Infatti, da una parte si ammette che il Governo ha sottovalutato prima i rischi e oggi la realtà della deflazione, dall'altra che ha sopravvalutato l'effetto economico delle cosiddette riforme strutturali, sia del governo Monti che dell'attuale. Inoltre rincara sostenendo che si è anche sottovalutata la strutturalità e la portata globale della crisi, sopravvalutando la possibilità delle esportazioni di far crescere il Pil”.
Si porta come attenuante - prosegue il dirigente sindacale - quella che è in realtà un'aggravante: e cioè che tutti gli organismi internazionali di previsione economica hanno fatto gli stessi errori. Qual è la conclusione di tale autocritica? Confermare e lasciare sostanzialmente le cose come prima. Si prevede, infatti, di ridurre sia la spesa che gli investimenti pubblici per i prossimi anni, sostenendo però che aumenteranno (non si capisce perché) gli investimenti privati nonostante i consumi non ripartiranno”.
Tutto diventa chiaro nelle previsioni dell'occupazione del futuro - continua Barbi -. Il governo continua per un verso a sopravvalutare la crescita prossima (la progressione del Pil sarà: +0,6% nel 2015, +1% nel